Questa mattina ho spedito una lettera a Stoccolma.
Una lettera vera, carta vergata, nero di seppia, busta chiusa.
Una lettera corporea, che esiste davvero. Come facevo da ragazzo (lo spedire lettere e l’esistere davvero).
Quelle che invio per posta elettronica sono soltanto scossette elettriche, partono da una stupida macchinetta e arrivano ad un’altra stupida macchinetta, davanti alla quale c’è qualcuno che fissa inebetito un riquadro luminoso.
Questa, invece, attraverserà pianin pianino l’Europa da sotto in su, fino a giungere... già, là in cima.
A quest’idea, accade una cosa inaspettata. Il pensiero accompagna la lettera, e si ritrova a guardare giù dal bögringen e vedere Encrenoire che si è presentata puntuale all’appuntamento, ma ad un piano diverso. A lasciarsi andare a commutazioni di codice ed esprimersi per frasi mistilingui (spacko la väska e ti raggiungo per la fika). Ad attribuire un valore altissimo ad una monetina da cinquanta öre. A salire a bordo di un autobus stringendo tra le mani un materasso arrotolato, e sentirsi dire dal conducente: «Oh, grazie, avevo giusto bisogno di farmi una pennichella!». A cucinare lussekatter a forma di pene insieme a Chrille di Bergshamra. A ripassare la linea di basso della Bauernkantate.
Come mai tutto questo non avviene quando mi trovo a Stoccolma?
Come mai occorre concedersi un tuffo in una vecchia abitudine, per ricordare?
E come mai – soprattutto – non rido più come allora?
Una lettera vera, carta vergata, nero di seppia, busta chiusa.
Una lettera corporea, che esiste davvero. Come facevo da ragazzo (lo spedire lettere e l’esistere davvero).
Quelle che invio per posta elettronica sono soltanto scossette elettriche, partono da una stupida macchinetta e arrivano ad un’altra stupida macchinetta, davanti alla quale c’è qualcuno che fissa inebetito un riquadro luminoso.
Questa, invece, attraverserà pianin pianino l’Europa da sotto in su, fino a giungere... già, là in cima.
A quest’idea, accade una cosa inaspettata. Il pensiero accompagna la lettera, e si ritrova a guardare giù dal bögringen e vedere Encrenoire che si è presentata puntuale all’appuntamento, ma ad un piano diverso. A lasciarsi andare a commutazioni di codice ed esprimersi per frasi mistilingui (spacko la väska e ti raggiungo per la fika). Ad attribuire un valore altissimo ad una monetina da cinquanta öre. A salire a bordo di un autobus stringendo tra le mani un materasso arrotolato, e sentirsi dire dal conducente: «Oh, grazie, avevo giusto bisogno di farmi una pennichella!». A cucinare lussekatter a forma di pene insieme a Chrille di Bergshamra. A ripassare la linea di basso della Bauernkantate.
Come mai tutto questo non avviene quando mi trovo a Stoccolma?
Come mai occorre concedersi un tuffo in una vecchia abitudine, per ricordare?
E come mai – soprattutto – non rido più come allora?

Amore sono ubriaca, ho appena festeggiato il centenario di mia sorella! Dov'è che sono andata io? :D
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