Stando alle informazioni (attendibili o meno, per carità) che circolano in rete, pare che tra gli interessi di questo Breivik figurino:
- la massoneria
- la caccia
- il body building
- i videogiochi
Sappiamo inoltre che è un fondamentalista cristiano, anti-islamico, sostenitore di una politica tanto destrorsa da far impallidire Vidkun Quisling.
Con queste premesse, appare naturale che la molla che ha innescato il massacro di Utøya sia da individuarsi... nei videogiochi?
Hm. E perché non nel cristianesimo? O nel body building? O nei capelli biondi?
Perché non rassegnarsi al fatto che quest’uomo sia semplicemente ciò che è, ossia un pazzo criminale?
Semplicissimo: anche se la responsabilità non è nostra, abbiamo comunque un senso di colpa. Quello che ci porta sempre a scaricare il barile sulla professoressa che «non ci ha capiti», o sulla società e sul servizio militare che «ci hanno rovinati», sulle cattive compagnie che «ci hanno trascinati», e via dicendo.
Non vogliamo riconoscere che l’uomo non è soltanto il prodotto della sua educazione, o dell’ambiente, o di chissà che altro. Non vogliamo ammettere che l’uomo è anche sé. Dunque, se un mostro uccide novanta ragazzi, la colpa dev’essere di qualcosa, non di qualcuno, perché altrimenti ci sentiremmo subito (ingiustificatamente) responsabili. Come se, sotto sotto, pensassimo che se nostro figlio diventasse un pazzo criminale, la colpa sarebbe nostra.
E invece no, non è colpa nostra. E nemmeno dei videogiochi. È solo e soltanto Male, e la colpa è di chi lo compie, ecco tutto.
Quanto mi piace l’espressione di Benny Sixteen, «le logiche del male». E poi quella di Hannah Arendt, certo. È questo il punto: il male è talmente banale... da esistere. Face it.
- la massoneria
- la caccia
- il body building
- i videogiochi
Sappiamo inoltre che è un fondamentalista cristiano, anti-islamico, sostenitore di una politica tanto destrorsa da far impallidire Vidkun Quisling.
Con queste premesse, appare naturale che la molla che ha innescato il massacro di Utøya sia da individuarsi... nei videogiochi?
Hm. E perché non nel cristianesimo? O nel body building? O nei capelli biondi?
Perché non rassegnarsi al fatto che quest’uomo sia semplicemente ciò che è, ossia un pazzo criminale?
Semplicissimo: anche se la responsabilità non è nostra, abbiamo comunque un senso di colpa. Quello che ci porta sempre a scaricare il barile sulla professoressa che «non ci ha capiti», o sulla società e sul servizio militare che «ci hanno rovinati», sulle cattive compagnie che «ci hanno trascinati», e via dicendo.
Non vogliamo riconoscere che l’uomo non è soltanto il prodotto della sua educazione, o dell’ambiente, o di chissà che altro. Non vogliamo ammettere che l’uomo è anche sé. Dunque, se un mostro uccide novanta ragazzi, la colpa dev’essere di qualcosa, non di qualcuno, perché altrimenti ci sentiremmo subito (ingiustificatamente) responsabili. Come se, sotto sotto, pensassimo che se nostro figlio diventasse un pazzo criminale, la colpa sarebbe nostra.
E invece no, non è colpa nostra. E nemmeno dei videogiochi. È solo e soltanto Male, e la colpa è di chi lo compie, ecco tutto.
Quanto mi piace l’espressione di Benny Sixteen, «le logiche del male». E poi quella di Hannah Arendt, certo. È questo il punto: il male è talmente banale... da esistere. Face it.

oooooh. ottima riflessione. non credo fossero i videogiochi infatti, probabilmente era uno di quelli a cui piace la pizza
RispondiEliminaleli