Periodicamente, per tutta la durata dei miei studi, mia madre ispezionava i testi scolastici alla ricerca di cippe, simboli collegabili al consumo di cannabis o al satanismo, frasi sconce, o anche soltanto sottolineature tracciate con qualunque cosa che non fosse una matita morbida. Tutte le pagine dovevano restare pulite, in vista di «un domani». Non era ben chiaro a che cosa alludesse quel suo «un domani», dal momento che rivendere i libri era impensabile («possono sempre tornare utili» – il gioanolalivigni?, ma siamo seri!), né verosimilmente sarebbero serviti a mio fratello, dedito a tutt’altri studi, e oltretutto di svariati anni più giovane – e dunque, quand’anche i suoi docenti avessero adottato il medesimo testo, si sarebbe trattato di un’edizione successiva.
Soltanto molti anni dopo ho compreso il significato di quell’«un domani»: figlia di contadini, mia madre vedeva nei libri un valore anche venale, e si era convinta che perfino il prontuario delle tavole logaritmiche, in capo a due o tre lustri, avrebbe costituito un piccolo patrimonio.
Eppure, c’è stato un tempo in cui i libri – pergamenacei e scritti a mano, oggetti dal costo elevatissimo – si arricchivano di glosse ad ogni studioso che ne fruiva, per tutta la durata della loro... vita. Anzi, la proporzione tra l’area scritta e i margini (tra il “nero” e il “bianco”) era studiata in modo da lasciare spazio ad annotazioni di una certa estensione.
Oggi, questo spazio è sparito. In più, i libri di scuola sono stampati su carta patinata, che oltre a pesare come un macigno, è piuttosto refrattaria al lapis. Un ottimo modo per dissuadere dallo studio. Chissà da dov’è sorta questa nuova fruizione passiva del testo? (Sì, dovrei rileggere McLuhan, ma tutto sommato chi se ne frega.)
Della piccola fissazione della matita, invece, non sono mai riuscito a venire a capo. Se aggiungo una nota a margine, è proprio perché intendo conservare il libro, perché so che prima o poi lo consulterò nuovamente, giusto? Perciò, che motivo c’è di darsi pena di lasciare una traccia delebile? Senza contare che il tratto di matita si può cancellare soltanto se leggerissimo, e dunque praticamente illeggibile, e dunque inutile.
I miei libri sono segnati a penna, ma con discrezione (scrittura minuta), ordine e pertinenza. Niente grechine, niente cippe. Talvolta insulti all’autore, laddove non condivido il contenuto di un passo, o al correttore di bozze, in corrispondenza di un fastello di refusi, ma più spesso appunti confacenti. È così che un libro diventa davvero mio, e comincia a rappresentare un patrimonio (questo è patrimonio, non il valore di mercato).
Al secondo anno di università, una mia compagna di studi mi chiese in prestito uno di quei bei volumoni da settantamila lire, per preparare un esame. Me lo restituì in condizioni desolanti: aveva sottolineato tutto, ma proprio tutto, ogni riga, ogni parola, frequentemente a tratto doppio, riempiendo i margini di ghirigori e disegnini che potevano rappresentare indifferentemente fiori, organismi unicellulari o uova all’occhio di bue. Quando ne chiesi ragione, l’oca giuliva mi rispose: «Ma l’ho segnato a matita!». Senza por tempo in mezzo, le porsi una gomma: «Buon lavoro. E se non torna come prima, me ne ricompri una copia nuova».
Non cancellò, né ricomprò.
Io mi sono laureato, e lei no.
Soltanto molti anni dopo ho compreso il significato di quell’«un domani»: figlia di contadini, mia madre vedeva nei libri un valore anche venale, e si era convinta che perfino il prontuario delle tavole logaritmiche, in capo a due o tre lustri, avrebbe costituito un piccolo patrimonio.
Eppure, c’è stato un tempo in cui i libri – pergamenacei e scritti a mano, oggetti dal costo elevatissimo – si arricchivano di glosse ad ogni studioso che ne fruiva, per tutta la durata della loro... vita. Anzi, la proporzione tra l’area scritta e i margini (tra il “nero” e il “bianco”) era studiata in modo da lasciare spazio ad annotazioni di una certa estensione.
Oggi, questo spazio è sparito. In più, i libri di scuola sono stampati su carta patinata, che oltre a pesare come un macigno, è piuttosto refrattaria al lapis. Un ottimo modo per dissuadere dallo studio. Chissà da dov’è sorta questa nuova fruizione passiva del testo? (Sì, dovrei rileggere McLuhan, ma tutto sommato chi se ne frega.)
Della piccola fissazione della matita, invece, non sono mai riuscito a venire a capo. Se aggiungo una nota a margine, è proprio perché intendo conservare il libro, perché so che prima o poi lo consulterò nuovamente, giusto? Perciò, che motivo c’è di darsi pena di lasciare una traccia delebile? Senza contare che il tratto di matita si può cancellare soltanto se leggerissimo, e dunque praticamente illeggibile, e dunque inutile.
I miei libri sono segnati a penna, ma con discrezione (scrittura minuta), ordine e pertinenza. Niente grechine, niente cippe. Talvolta insulti all’autore, laddove non condivido il contenuto di un passo, o al correttore di bozze, in corrispondenza di un fastello di refusi, ma più spesso appunti confacenti. È così che un libro diventa davvero mio, e comincia a rappresentare un patrimonio (questo è patrimonio, non il valore di mercato).
Al secondo anno di università, una mia compagna di studi mi chiese in prestito uno di quei bei volumoni da settantamila lire, per preparare un esame. Me lo restituì in condizioni desolanti: aveva sottolineato tutto, ma proprio tutto, ogni riga, ogni parola, frequentemente a tratto doppio, riempiendo i margini di ghirigori e disegnini che potevano rappresentare indifferentemente fiori, organismi unicellulari o uova all’occhio di bue. Quando ne chiesi ragione, l’oca giuliva mi rispose: «Ma l’ho segnato a matita!». Senza por tempo in mezzo, le porsi una gomma: «Buon lavoro. E se non torna come prima, me ne ricompri una copia nuova».
Non cancellò, né ricomprò.
Io mi sono laureato, e lei no.

la tua maledizione ha avuto l'effetto di non farla laureare? ti va se ti concentri un po' sui numeri del superenalotto e facciamo insieme una schedina? dai, scherzo. però quella tipa è una gran maleducata!!!
RispondiEliminaMi piace! Mi piaci! Skypiamo! (non ora però, devo fare due schede e una traduzione di prova)
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