Ero al primo anno d’università, quando un compagno di studi, sostenendo di volermi presentare altri nostri omologhi, ma probabilmente animato soprattutto dal timore di affrontare quell’esperienza da solo, mi trascinò alla sezione locale dell’Arcigay*.
Caso volle che proprio quel giorno avesse luogo, presso quella sede, un incontro con uno psicoterapeuta. Non ricordo il titolo preciso, ma il tema era la ricerca dell’“identità gay”.
Lì per lì, rimasi perplesso: alle parole “identità gay” collegavo una proiezione telescopica di richiami iconici, letterature, vezzi, disposizioni sociali – in nuce, tutto ciò che una storia comune a (quasi) tutti noi sottende. Trovavo dunque che l’argomento fosse troppo complesso per potersi esaurire in una riunione di poche ore. D’altra parte poteva sempre darsi che la stella della serata, essendo appunto uno psicoterapeuta, intendesse per “identità” chissà quale stramberia tedesca che io ignoravo.
Ma già nei primi minuti dell’incontro, scoprii di aver completamente equivocato: il professorone rifiutava la nozione stessa di orientamento sessuale, preferendo parlare di «gusti», mentre l’uditorio, ad untuoso conforto delle sue tesi, avanzava commenti scompaginati sul «perché definirsi?», sulla totale disgiunzione tra «quel che si è e quel che si fa a letto», e avanti col ritornello**.
Così provai ad intervenire anch’io, domandando all’ospite se non fosse possibile che gli omosessuali cresciuti all’interno della stessa cultura iussivamente eterosessuale, attraversando percorsi molto simili nella scoperta di sé, sviluppassero perlomeno un denominatore comune irrelato al comportamento strettamente sessuale.
Risate a profusione.
Quando chiesi chiarimenti sul motivo di tanta ilarità, il giovanotto seduto alla mia destra mi spiegò che avrei dovuto parlare in modo «un po’ più... maschio, ecco». Dopodiché, lo psicoterapeuta, con la condiscendenza di chi cerca di insegnare qualcosa a un minorato mentale, mi disse che essere gay non significava «avere tutti i dischi di Barbra Streisand».
Ora, io ricordavo vagamente di aver visto, da ragazzo, un film in cui qualcuno cercava di far passare per pazza una prostituta dal naso a deltaplano, interpretata da un’attrice con un nome simile, ma le mie nozioni su di lei si limitavano a questo. Quindi cambiai argomento: «Sicché, trattandosi di una mera questione di gusto, definirsi gay ha tanto senso quanto definirsi amanti delle lasagne al forno anziché della zuppa di farro? Si può dunque affermare che questa “identità gay”, in fin dei conti, non esiste?»
Lo psicoterapeuta, sempre con il suo sorriso bonario, confermò: «Infatti, è proprio quello che stiamo cercando di dimostrare».
«Benissimo», dissi, alzandomi. «Allora, dal momento che io ci sono già arrivato prima di tutti voi, posso anche tornarmene a casa.» E con questo, imboccai la porta, seguito a ruota dal mio imbarazzatissimo compagno di studi.
Non ho mai più rimesso piede in un posto del genere.
Personalmente, mi sono fatto l’idea che il problema non sia tanto di “identità gay” quanto di “identità” e basta. Probabilmente è vero che i gusti non ci definiscono interamente, ma suvvia, quale etero tiene a dichiarare che il suo orientamento sessuale non ha nulla a che vedere con lui? Quale gruppo parrocchiale sarebbe smanioso di dimostrare l’inesistenza di un’“identità cristiana” e di dissociare “ciò che si è” da “ciò che si fa in chiesa”? Molto semplicemente, queste due categorie, sentendosi “a norma”, non avvertono la necessità di affrontare la questione (o di negarla). Noi invece sì, a quanto pare.
Lea DeLaria, che ho sempre adorato, la mette in questi termini:
Lo sapete di chi parlo, li vedete a tutti i pride, salgono sul palco e fanno: «Siamo come tutti gli altri! Siamo uguali a loro, e loro sono uguali a noi! Gli etero sono come noi, e noi siamo come loro! Siamo u-g-u-a-l-i a tutti gli altri!» E poi arriva una drag queen di due metri e venti, con novanta centimetri di zeppe luccicanti, che apre un paio d’ali di farfalla... fffffff! Ah, be’, siamo proprio uguali agli altri. Sì, buonanotte! Noi abbiamo una nostra cultura e un nostro modo di fare le cose, ed è questo che dovremmo proclamare, invece di leccare il culo agli etero!
Naturalmente si può concordare o meno, come in tutto. Si può obiettare che, se abbiamo sviluppato una nostra cultura e un nostro modo di fare le cose, è proprio perché non veniamo trattati alla stessa stregua degli altri. Oppure si può pensare che se non siamo considerati sullo stesso piano degli etero è perché abbiamo un «nostro modo di fare le cose». Oppure ancora si può discutere del sesso degli angeli, a ognuno la propria preferenza.
L’impressione che ne ricavo io è che un bel po’ di gente, a questo mondo, basi la definizione della propria identità sulla negazione di quella altrui.
Pochi giorni dopo quel fatale incontro con lo psicoterapeuta, il mio compagno di studi mi comunicò di aver capito che l’omosessualità era una cosa ignobile, e di aver deciso di abbandonarla***. Fu allora che compresi che la vera gatta da pelare non è definirsi, né trovare la propria “identità gay”, ma meramente decidere per quanto tempo ancora vogliamo restare traumatizzati dal fatto di non essere eterosessuali.
***********************************************************
* Da principio, l’avevo interpretato come il nome di una carica, un po’ come arciprete, arcidiacono, arcivescovo. Sono sempre stato un po’ svagato.
** Curiosamente, quando poi sentii uno studente stoccolmese commentare l’esistenza di un gruppo gay presso la sua università con le parole «vad ni gör i sängen har väl ingenting att göra med min utbildning» (‘quel che fate voi a letto non c’entra niente con i miei studi’), non potei fare a meno di osservare che in Italia gli omosessuali “impegnati” si esprimevano con la stessa retorica di cui in Svezia si servivano i fascisti.
*** Lui, veramente, usò le parole «lascio il milieu». Un lessico supermacho, non c’è che dire.
Caso volle che proprio quel giorno avesse luogo, presso quella sede, un incontro con uno psicoterapeuta. Non ricordo il titolo preciso, ma il tema era la ricerca dell’“identità gay”.
Lì per lì, rimasi perplesso: alle parole “identità gay” collegavo una proiezione telescopica di richiami iconici, letterature, vezzi, disposizioni sociali – in nuce, tutto ciò che una storia comune a (quasi) tutti noi sottende. Trovavo dunque che l’argomento fosse troppo complesso per potersi esaurire in una riunione di poche ore. D’altra parte poteva sempre darsi che la stella della serata, essendo appunto uno psicoterapeuta, intendesse per “identità” chissà quale stramberia tedesca che io ignoravo.
Ma già nei primi minuti dell’incontro, scoprii di aver completamente equivocato: il professorone rifiutava la nozione stessa di orientamento sessuale, preferendo parlare di «gusti», mentre l’uditorio, ad untuoso conforto delle sue tesi, avanzava commenti scompaginati sul «perché definirsi?», sulla totale disgiunzione tra «quel che si è e quel che si fa a letto», e avanti col ritornello**.
Così provai ad intervenire anch’io, domandando all’ospite se non fosse possibile che gli omosessuali cresciuti all’interno della stessa cultura iussivamente eterosessuale, attraversando percorsi molto simili nella scoperta di sé, sviluppassero perlomeno un denominatore comune irrelato al comportamento strettamente sessuale.
Risate a profusione.
Quando chiesi chiarimenti sul motivo di tanta ilarità, il giovanotto seduto alla mia destra mi spiegò che avrei dovuto parlare in modo «un po’ più... maschio, ecco». Dopodiché, lo psicoterapeuta, con la condiscendenza di chi cerca di insegnare qualcosa a un minorato mentale, mi disse che essere gay non significava «avere tutti i dischi di Barbra Streisand».
Ora, io ricordavo vagamente di aver visto, da ragazzo, un film in cui qualcuno cercava di far passare per pazza una prostituta dal naso a deltaplano, interpretata da un’attrice con un nome simile, ma le mie nozioni su di lei si limitavano a questo. Quindi cambiai argomento: «Sicché, trattandosi di una mera questione di gusto, definirsi gay ha tanto senso quanto definirsi amanti delle lasagne al forno anziché della zuppa di farro? Si può dunque affermare che questa “identità gay”, in fin dei conti, non esiste?»
Lo psicoterapeuta, sempre con il suo sorriso bonario, confermò: «Infatti, è proprio quello che stiamo cercando di dimostrare».
«Benissimo», dissi, alzandomi. «Allora, dal momento che io ci sono già arrivato prima di tutti voi, posso anche tornarmene a casa.» E con questo, imboccai la porta, seguito a ruota dal mio imbarazzatissimo compagno di studi.
Non ho mai più rimesso piede in un posto del genere.
Personalmente, mi sono fatto l’idea che il problema non sia tanto di “identità gay” quanto di “identità” e basta. Probabilmente è vero che i gusti non ci definiscono interamente, ma suvvia, quale etero tiene a dichiarare che il suo orientamento sessuale non ha nulla a che vedere con lui? Quale gruppo parrocchiale sarebbe smanioso di dimostrare l’inesistenza di un’“identità cristiana” e di dissociare “ciò che si è” da “ciò che si fa in chiesa”? Molto semplicemente, queste due categorie, sentendosi “a norma”, non avvertono la necessità di affrontare la questione (o di negarla). Noi invece sì, a quanto pare.
Lea DeLaria, che ho sempre adorato, la mette in questi termini:
Lo sapete di chi parlo, li vedete a tutti i pride, salgono sul palco e fanno: «Siamo come tutti gli altri! Siamo uguali a loro, e loro sono uguali a noi! Gli etero sono come noi, e noi siamo come loro! Siamo u-g-u-a-l-i a tutti gli altri!» E poi arriva una drag queen di due metri e venti, con novanta centimetri di zeppe luccicanti, che apre un paio d’ali di farfalla... fffffff! Ah, be’, siamo proprio uguali agli altri. Sì, buonanotte! Noi abbiamo una nostra cultura e un nostro modo di fare le cose, ed è questo che dovremmo proclamare, invece di leccare il culo agli etero!
Naturalmente si può concordare o meno, come in tutto. Si può obiettare che, se abbiamo sviluppato una nostra cultura e un nostro modo di fare le cose, è proprio perché non veniamo trattati alla stessa stregua degli altri. Oppure si può pensare che se non siamo considerati sullo stesso piano degli etero è perché abbiamo un «nostro modo di fare le cose». Oppure ancora si può discutere del sesso degli angeli, a ognuno la propria preferenza.
L’impressione che ne ricavo io è che un bel po’ di gente, a questo mondo, basi la definizione della propria identità sulla negazione di quella altrui.
Pochi giorni dopo quel fatale incontro con lo psicoterapeuta, il mio compagno di studi mi comunicò di aver capito che l’omosessualità era una cosa ignobile, e di aver deciso di abbandonarla***. Fu allora che compresi che la vera gatta da pelare non è definirsi, né trovare la propria “identità gay”, ma meramente decidere per quanto tempo ancora vogliamo restare traumatizzati dal fatto di non essere eterosessuali.
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* Da principio, l’avevo interpretato come il nome di una carica, un po’ come arciprete, arcidiacono, arcivescovo. Sono sempre stato un po’ svagato.
** Curiosamente, quando poi sentii uno studente stoccolmese commentare l’esistenza di un gruppo gay presso la sua università con le parole «vad ni gör i sängen har väl ingenting att göra med min utbildning» (‘quel che fate voi a letto non c’entra niente con i miei studi’), non potei fare a meno di osservare che in Italia gli omosessuali “impegnati” si esprimevano con la stessa retorica di cui in Svezia si servivano i fascisti.
*** Lui, veramente, usò le parole «lascio il milieu». Un lessico supermacho, non c’è che dire.

Finale da applausi.
RispondiElimina(mh, la parola di verifica che devo trascrivere è "scrosti")