lunedì 21 febbraio 2011

La cura

Nel quinto capitolo dell’ultimo romanzo di Matteo B. Bianchi, Apocalisse a domicilio, e precisamente a pagina 39, si descrive un simpatico vezzo idiolettico di due amici, consistente nell’etichettare diversi tipi caratteriali con il nome di una casa editrice. Un umorismo smorfiosamente ricercato, se vogliamo, ma perfettamente funzionante, perlomeno in quel contesto narrativo.

Noto immediatamente due cose.

La prima viene evidenziata direttamente dall’autore, che scrive:

«È stato solo dopo averli catalogati tutti che vi siete resi conto del dispregiativo. Che a ciascuna sigla editoriale corrispondevano solo caratteri negativi. Vi siete chiesti se questo testimoniasse a sfavore dell’editoria italiana o della vostra capacità di giudicare positivamente il mondo».

Il personaggio in questione esclude così la spiegazione più verosimile, ossia che il suo mondo coincida con l’editoria. Insomma, parliamoci chiaro: chi mai si mette ad escogitare spiritosaggini del genere, se non una persona che dedica tutte le proprie ore di veglia alla lettura? E dunque una persona che – a conti fatti – vive in un mondo di carta*?

La seconda è che i tratti associati ai marchi editorali riguardano perlopiù il catalogo. Sarebbe stato interessante introdurre nell’equazione qualche elemento un po’ più... interno, diciamo così. Per esempio, lo sfruttamento di manodopera specializzata non retribuita, il lenocinio, il ricatto**. Ma temo che il romanzo, in questo caso, non sarebbe più stato pubblicabile.

Certo, il catalogo è la fonte principale del presunto prestigio di un marchio editoriale, va da sé. Ma “tutto il resto”?
La rilegatura sopravvivrà alla seconda lettura? La carta non mi si sbriciolerà in mano fra dieci anni? La disposizione del testo agevola la lettura, è chiara e gradevole all’occhio, oppure è un groviglio di letterine rachitiche che s’inculano vicendevolmente per occupare meno spazio? Il contenuto emerge bene, o è stato completamente alterato dalle sconsiderate mani di un redattore di serie zeta? L’aspetto generale della pagina è conforme alla sostanza? Sono presenti tutte le informazioni sull’opera (proprietà letteraria, data di composizione, nomi di curatori e redattori)? Il colophon dice il vero? Lo scritto è corredato di apparati (commenti, note, bibliografie) adeguati? La quarta di copertina rappresenta davvero il contenuto del volume, o è solo una fumisteria pubblicitaria? E cioè, riassumendo: chi ha prodotto il libro ha avuto rispetto di me, in qualità di lettore?

Dal momento che non viviamo più ai tempi di Aldo Manuzio – men che meno, ahinoi, dello scriptorium di Bobbio – sono un poco restio a credere che un libro sia stato confezionato con cura soltanto perché è stato pubblicato da Tizio o da Caio.
La mia è soltanto un’opinione, e se ne potrebbe discutere, ma io non credo che esistano “editori validi” ed “editori scadenti”; credo piuttosto che esistano libri fatti con maggiore o minore attenzione, allo stesso modo in cui possono essere letti con maggiore o minore attenzione.
Ecco, io l’impressione che sempre meno lettori, oggidì, esigano una buona qualità contenutistica, redazionale, materiale, e che proprio per questo circolino sempre più libri malfatti. Di conseguenza, non è poi tanto strano che il personaggio di Apocalisse a domicilio si serva dei vari marchi editoriali per denotare solamente attributi negativi.

Dovrebbe semplicemente affinare la ricerca. Le belle cose, a questo mondo, ci sono.
Per poche che siano, ci sono. (Sì, anche in quel romanzo!)


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* Mi riferisco ovviamente al personaggio, non all’autore del romanzo, che non conosco di persona. Peraltro, se pure il signor Bianchi vivesse in un mondo di carta, avrebbe tutta la mia comprensione: quello reale non è poi ’sto granché.
** Sì, ho in mente episodi ben precisi.

3 commenti:

  1. @yona:
    dieci piani di morbidezza.

    @Watkin:
    Ma no, perché? È così divertente!

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