Strampalate creature, noi figli d’Eva. Ci sono cose che ci piacciono perché ci piacciono e basta; e ce ne sono altre che ci piacciono per un motivo specifico, del quale siamo tuttavia affatto inconsapevoli, e tali restiamo per molti anni – se non a vita.
Così, per esempio, soltanto in tempi relativamente recenti mi sono domandato a che cosa fosse dovuta la mia passione giovanile per la letteratura del fantastico. E – sentendomi un po’ ospite di Marzullo – mi sono anche dato una risposta.
Quando mi dichiaravo a tal punto conquistato dal ciclo del Signore degli anelli da averlo letto due volte, mi sentivo dare del fascista*. Non ne capivo la ragione, perché all’epoca ancora mi sfuggiva l’acutezza d’ingegno con cui i fanatici applicano significati arbitrari a simboli che tali non sono; ma avevo ben chiaro che nelle mie frequenti puntate nella Terra di Mezzo, Darkover, Shannara e Cimmeria cercavo ben altro che l’olio di ricino.
È vero che il mondo di Tolkien è caratterizzato dalla compresenza di svariate razze non umane, ognuna delle quali dimorante in uno spazio circoscritto, il che parrebbe inneggiare ad un certo separatismo. Va però ammesso che l’autore ci presenta uno scenario nel quale l’esistenza di nani, elfi e alberi parlanti e semoventi è del tutto normale, e bisogna riconoscere che nella Compagnia dell’Anello ci offre uno splendido esempio di sodalizio multietnico.
Quanto alla fantascienza, lo sparuto drappello di scornacchiati che accompagna Adam Reith** – costituito sì da esseri umani, ma di retroterra diversissimi, e ognuno a suo modo oppresso dall’ambiente d’origine – non sarà multietnico, ma è una Corte dei Miracoli a tutti gli effetti! Suvvia, Traz è un frocetto che segue Reith come un dog slave, Anacho è un travestito fatto e finito, e Zap una sorta di novizia per imposizione, in fuga dal convento. Tutti raccolti attorno a un altro diverso: Reith stesso, unico esogeno.
Negli scritti di Asimov non è difficile ritrovare lo straniero, l’incompreso, l’ermafrodita***.
Anche Hugh Hoyland**** è un diverso tra i diversi, e ha come più prezioso alleato un mutante che io sposerei: Joe-Jim, biteste che legge Dumas e gioca a scacchi, al quale l’autore mette in bocca una frase memorabile, applicabilissima alla maggior parte dei conflitti umani: «Two heads on one pair of shoulders must necessarily find ways of getting along together».
Horty Bluett è un transessuale a comando; Orain, signore di Castamir*****, è un lover of men. E gli X-Men... be’, non occorre nemmeno parlarne, direi.
Non ho mai appurato se questo sia un elemento costante del fantasy e della fantascienza – ho letto troppo poco di ambedue i generi, e non ho la competenza necessaria per svolgere uno studio in merito – però il fatto che, tra gli otto e i tredici anni, i miei libri preferiti avessero in comune il tema del diverso mi sembra tutt’altro che marginale. Senza contare che, tra visitors, cani bionici, pomi d’ottone e manici di scopa, il mio orientamento sessuale passa praticamente inosservato.
Questo, tra l’altro, spiega anche perché la letteratura più squisitamente finocchia non sia mai riuscita ad accendere il mio interesse: i romanzi su di noi, generalmente, parlano di sensi di colpa, amori infelici, malattie, discriminazioni e soprusi. E io cerco libri da leggere, non da scrivere.

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* Si può dare del fascista a un ragazzo di undici anni? Certo, c’è chi riesce ad esserlo anche a quattro, ma se questo fosse stato il mio caso, sarei stato io ad impugnare il manganello, e non i miei teneri compagnucci di classe.
** Nel ciclo Planet of Adventure, di Jack Vance.
*** Nei romanzi The Caves of Steel, The Naked Sun, The Robots of Dawn, Robots and Empire; nella Foundation Series, le figure di Hari Seldon e del Mule; infine Fallom, bambino/-a di Foundation and Earth.
**** Robert A. Heinlein, Orphans of the Sky.
***** Theodore Sturgeon, The Dreaming Jewels; Marion Zimmer Bradley, Hawkmistress!.
Così, per esempio, soltanto in tempi relativamente recenti mi sono domandato a che cosa fosse dovuta la mia passione giovanile per la letteratura del fantastico. E – sentendomi un po’ ospite di Marzullo – mi sono anche dato una risposta.
Quando mi dichiaravo a tal punto conquistato dal ciclo del Signore degli anelli da averlo letto due volte, mi sentivo dare del fascista*. Non ne capivo la ragione, perché all’epoca ancora mi sfuggiva l’acutezza d’ingegno con cui i fanatici applicano significati arbitrari a simboli che tali non sono; ma avevo ben chiaro che nelle mie frequenti puntate nella Terra di Mezzo, Darkover, Shannara e Cimmeria cercavo ben altro che l’olio di ricino.
È vero che il mondo di Tolkien è caratterizzato dalla compresenza di svariate razze non umane, ognuna delle quali dimorante in uno spazio circoscritto, il che parrebbe inneggiare ad un certo separatismo. Va però ammesso che l’autore ci presenta uno scenario nel quale l’esistenza di nani, elfi e alberi parlanti e semoventi è del tutto normale, e bisogna riconoscere che nella Compagnia dell’Anello ci offre uno splendido esempio di sodalizio multietnico.
Quanto alla fantascienza, lo sparuto drappello di scornacchiati che accompagna Adam Reith** – costituito sì da esseri umani, ma di retroterra diversissimi, e ognuno a suo modo oppresso dall’ambiente d’origine – non sarà multietnico, ma è una Corte dei Miracoli a tutti gli effetti! Suvvia, Traz è un frocetto che segue Reith come un dog slave, Anacho è un travestito fatto e finito, e Zap una sorta di novizia per imposizione, in fuga dal convento. Tutti raccolti attorno a un altro diverso: Reith stesso, unico esogeno.
Negli scritti di Asimov non è difficile ritrovare lo straniero, l’incompreso, l’ermafrodita***.
Anche Hugh Hoyland**** è un diverso tra i diversi, e ha come più prezioso alleato un mutante che io sposerei: Joe-Jim, biteste che legge Dumas e gioca a scacchi, al quale l’autore mette in bocca una frase memorabile, applicabilissima alla maggior parte dei conflitti umani: «Two heads on one pair of shoulders must necessarily find ways of getting along together».
Horty Bluett è un transessuale a comando; Orain, signore di Castamir*****, è un lover of men. E gli X-Men... be’, non occorre nemmeno parlarne, direi.
Non ho mai appurato se questo sia un elemento costante del fantasy e della fantascienza – ho letto troppo poco di ambedue i generi, e non ho la competenza necessaria per svolgere uno studio in merito – però il fatto che, tra gli otto e i tredici anni, i miei libri preferiti avessero in comune il tema del diverso mi sembra tutt’altro che marginale. Senza contare che, tra visitors, cani bionici, pomi d’ottone e manici di scopa, il mio orientamento sessuale passa praticamente inosservato.
Questo, tra l’altro, spiega anche perché la letteratura più squisitamente finocchia non sia mai riuscita ad accendere il mio interesse: i romanzi su di noi, generalmente, parlano di sensi di colpa, amori infelici, malattie, discriminazioni e soprusi. E io cerco libri da leggere, non da scrivere.

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* Si può dare del fascista a un ragazzo di undici anni? Certo, c’è chi riesce ad esserlo anche a quattro, ma se questo fosse stato il mio caso, sarei stato io ad impugnare il manganello, e non i miei teneri compagnucci di classe.
** Nel ciclo Planet of Adventure, di Jack Vance.
*** Nei romanzi The Caves of Steel, The Naked Sun, The Robots of Dawn, Robots and Empire; nella Foundation Series, le figure di Hari Seldon e del Mule; infine Fallom, bambino/-a di Foundation and Earth.
**** Robert A. Heinlein, Orphans of the Sky.
***** Theodore Sturgeon, The Dreaming Jewels; Marion Zimmer Bradley, Hawkmistress!.

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