Nel 1943, terminato il servizio di cappellano militare, il gesuita Roberto Busa riceve l’obbedienza (lo so, noialtri la si chiama “imposizione”, ma la Compagnia di Gesù predilige terminologie più eufemistiche) di studiare il Doctor Angelicus. Dall’ottemperanza ad essa scaturisce un trattato con il quale il Busa consegue la laurea in filosofia.
A questo punto, il religioso concepisce l’idea di compilare un corpus comprendente l’opera omnia dell’Aquinate e svariate decine di testi di altri autori ad essa legati, con relativa – rullo di tamburi – lemmatizzazione degli undici milioni di parole che lo compongono.
Ora, si dà il caso che nel 1949, cioè nell’anno in cui la sua tesi di laurea viene pubblicata, il Busa si trovi a Nuova York, ove ha la balzana idea di prender contatto con Thomas Watson e chiedergli: «Figliolo carissimo, non è che alle volte quelle Vostre macchinette potrebbero automatizzare il lavoro che mi sono prefisso? Sapete, non vorrei metterci trent’anni...»
Thomas Watson, com’è ovvio, gli risponde: «Padre caro, ma che Vi viene in mente? I calcolatori elaborano i numeri, non i testi!»
E il Busa, piccato: «Ma allora non servono a niente!»
Certo, è possibile che la conversazione non si sia svolta esattamente in questo modo – così mi è stata raccontata da qualcuno che ha conosciuto personalmente il gesuita, ma non riesco a non sospettare che vi abbia apposto qualche piccola infiorettatura; comunque sia, la rivendo per come l’ho comprata. Fatto sta che il lavoro, alla fine, ha richiesto effettivamente trent’anni, e il suo risultato altro non è che ciò che oggigiorno chiamiamo “ipertesto”.
Precursore del cursore.
Ogni volta che do sfogo al mio scetticismo nei confronti di certe implicazioni della progressiva informatizzazione della vita, dell’universo e di tutto quanto, mi si taccia di past-orientedness, senza mai soffermarsi sul fatto che per i miei primi venticinque anni ho vissuto in un mondo nel quale la telefonia cellulare e l’interrete erano ancora fantascienza (o quasi). Non è poi tanto sorprendente, dunque, se continuo a preferire la carta ai cristalli liquidi, o qualunque altra diavoleria su cui si basino questi tecnasmi del tempo presente.
Nondimeno, guardo con un certo favore alla diffusione di nuovi sistemi che possano fare buon servizio al testo, se non altro perché noto nelle nuove generazioni una notevole dimestichezza con essi. In ciò che manda in confusione me, i miei colleghi più giovani si trovano perfettamente a proprio agio. (E viceversa, ahinoi. Ma non è questa la sede per discuterne.)
Inoltre, già in questa fase aurorale del libro elettronico, trovo ghiotta la possibilità di mandare a scuola mio nipote, fra qualche anno, con un aggeggino di tre etti, anziché permettere che un borsone da ventidue chili stipato di cartacce gli sbricioli le clavicole.
Non posso tuttavia ignorare che, mentre l’Index del Busa stampato su carta è ancora leggibile, le schede perforate di cui lo studioso si serviva nella sua compilazione hanno ormai utilità solo se riciclate come segnalibri. E il problema del supporto non è certo una quisquilia.
Negli anni Ottanta mi sono disfato di un mare di dischi in vinile, perché ormai c’era l’audiocassetta; negli anni Novanta siamo passati al CD, e i nastri magnetici erano ormai polverosa anticaglia; nel Duemila è arrivato l’mp3, e il Walkman e il Discman sono finiti nell’immondizia, soppiantati dall’iPod. Chi mi garantisce che i formati elettronici non faranno la stessa fine?
Il che mi riporta alla questione della past-orientedness: paradossalmente, proprio io, miserabile carcassa dei secoli passati, mi do pena del futuro.
Gli ipertesti che consultiamo in rete in questi minuti saranno ancora disponibili tra due ore? I pdf che compriamo oggi saranno ancora consultabili tra dieci anni? Venti? Trenta? Non ne ho idea. Ma so che le mie vetuste carte potranno essere lette anche da mio nipote.
E proprio in questo momento, sul mio scrittoio campeggia un dizionario stampato nel 1874 (con numerose note a margine vergate dal finissimo pennino di Hugo Gering!), che tuttora mi presta quotidianamente buon servizio.