Uno dei criteri soggetti a maggiore variazione nelle statistiche sul consumo dei libri è quello che definisce il “lettore forte”. Per alcuni è quello che scorre pesantemente più di sei volumi all’anno, per altri è chi se ne smazza dieci o più. Non escludo che chi compie questi rilevamenti possa – in un futuro non troppo lontano – istituire la categoria “ossessivo-compulsivo” per chi supera i cinquanta libri all’anno, e “serial killer” per chi, come me, oltrepassa i... No, tacerò il numero. A dispetto delle apparenze, conosco anch’io il senso della vergogna.
Ad ogni spuntar di stelloncino che dichiara, in toni millenaristici, che tot% degl’insubri nepoti legge sei libri all’anno e gli altri nisba, odo levarsi interminabili geremiadi – con tanto di manina aggrappata alla tenda, come Francesca Bertini – sul progressivo imbarbarimento della cultura e blablablà, ma generalmente tali lamentazioni mi lasciano indifferente, per diversi buoni motivi.
Il primo è che questa luttuosa querimonia proviene normalmente da un’ex professoressa di lettere di nome Driane Miche, cui perfida sorte diè per figlio il sottoscritto, e non vo’ dir di conseguenze.
Il secondo è che i dati sulla lettura sono insignificanti sotto molti rispetti. In primo luogo perché altro è sfogliare un volume, altro è leggerlo, altro ancora è comprenderne il contenuto; in seconda istanza perché ciò che leggiamo non è costituito soltanto da libri (esistono anche i periodici, i blog, e i doviziosi cartelli esplicativi dei giardini botanici o dei musei); e da ultimo perché il numero di letture nulla dice sulla loro qualità, dacché i libri (scopriamo pure l’acqua calda) non sono tutti uguali – al che ci si potrebbe però chiedere chi possa arrogarsi il diritto di decidere quali di questi si assestino su un livello culturale più o meno elevato, e il primo che mi risponde: «I professori!» è in odore di sculacciata, uomo avvisato.
Restano poi da considerare due insopprimibili unità metriche: l’ora e l’euro.
Una poveretta che passa cinquantaquattro ore a settimana a farsi ricoprire di insulti in un call center per mettere da parte i soldi per un secondo paio di pantaloni, tornata a casa prostrata come Ubertino da Casale dinanzi alla Virgo Amicta Sole, difficilmente avrà voglia di ignorare il bucato, i fornelli e i pericolosi nemici dell’igiene annidati tra le piastrelle, per avventarsi sul Tahafut at-Tahafut in lingua originale.
Senza contare che il lettore potrebbe anche avere una vita sentimentale. Insomma, le mie giornate sono più barbose di un’enciclica, stento a tirar sera, finalmente m’infilo sotto le coperte insieme a un ometto, e questo... si mette a sfogliare un libro? («Scusa, caro... riusciresti a leggere voltato su un fianco? Ecco, girati di là... così, da bravo...» Zac!)
In nuce, leggere costa, e in termini di tempo, e in termini pecuniari. E dieci libri in un anno sono più di quanto molti possano permettersi.
Questo ci costringe a operare una meticolosissima selezione. Io stesso, pur insaziabile trebbiatore di testi, devo costantemente tener presente che il tempo che riservo a Melville rischia di essere sottratto alla Blixen, e che se lo dedico ai soli classici rischio di non avere mai occasione di scoprire che, poniamo, Someday This Pain Will Be Useful to You è un gran bel romanzetto. Il che, oltre a rendere estremamente rara l’occasione di riprendere nuovamente un libro già letto in precedenza (eh già, ce ne sono svariati che vanno riletti più e più volte!), comporta anche l’impossibilità di concedermi un acquisto a scatola chiusa, nonché la necessità di ripartire efficacemente il tempo della lettura tra i testi che “bisogna” aver letto per non fare la figura del bifolco friulano (ehi, ma... lo sono!), quelli che gli intellettuali bistratterebbero ma che mi insegnano comunque qualcosa e vengono a costituire la mia cultura personale, e quelli che non mi danno assolutamente nulla fuorché il puro e semplice piacere.
E questi ultimi, ahinoi, devono spesso passare in cavalleria, perché appunto, mi manca il tempo.
Die Grauen Herren hanno vinto.
martedì 16 novembre 2010
Ruit Hora
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perché l'acquisto dei libri non si può detrarre in dichiarazione dei redditi come invece avviene per le medicine?
RispondiElimina[ah, già... quali redditi?...].
[ecco, ti sei risposto da te.]
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