Dunque.
Io pago le tasse. Poche, perché essendo visibilmente finocchio non posso aspirare ad una professione che mi garantisca un reddito che qualunque paese civilizzato definirebbe dignitoso, ma le pago.
Di ciò che annualmente verso negl’insaziabili tasconi del fisco, non mi torna indietro una beatissima fava, dal momento che nel mio paese non funziona praticamente nulla – a parte il bunga bunga – ma pago ugualmente.
Chi mi rappresenta in parlamento (stipendiato con i miei soldi!) non mi permette di decidere con chi sposarmi, a chi affidare la mia salute, i miei (pressoché inesistenti) risparmi, né di difendermi dagli insulti, dai soprusi e dai maltrattamenti morali e fisici ai quali io e i miei omologhi siamo costantemente esposti, ma io continuo a pagare le tasse.
Non avendo preso moglie né procreato per il puro gusto di giocare alla famiglia, ho versato nelle casse dello stato una somma quasi tripla di quella corrisposta da un tenero maritino che abbia percepito pari reddito, il che – com’è naturale – mi fa girare le palle, soprattutto perché il sottoscritto, a differenza del sopracitato maritino, non ha nessuno con cui dividere le spese. Nondimeno, ho pagato le tasse – quasi triple, ripeto – contribuendo in tal modo al mantenimento dei figli... altrui. Ma le ho pagate, benedetto il Nome! Le ho pagate.
E ora... trac. La tassa sul culo.
L’ultima delle quotidiane esternazioni discriminatorie nei confronti di qualunque minoranza etnica, religiosa o sessuale da parte di chi è pagato – con i miei soldi! mio dipendente! – per rappresentarmi. L’ultima fino a domani, perché ogni santo giorno se ne sente una.
E ancora Jan ha il coraggio di dirmi che «bisogna resistere», che «andrà tutto bene».
Andrà tutto bene, certo.
È la stessa cosa che si diceva nel 1938 a Berlino.
Io pago le tasse. Poche, perché essendo visibilmente finocchio non posso aspirare ad una professione che mi garantisca un reddito che qualunque paese civilizzato definirebbe dignitoso, ma le pago.
Di ciò che annualmente verso negl’insaziabili tasconi del fisco, non mi torna indietro una beatissima fava, dal momento che nel mio paese non funziona praticamente nulla – a parte il bunga bunga – ma pago ugualmente.
Chi mi rappresenta in parlamento (stipendiato con i miei soldi!) non mi permette di decidere con chi sposarmi, a chi affidare la mia salute, i miei (pressoché inesistenti) risparmi, né di difendermi dagli insulti, dai soprusi e dai maltrattamenti morali e fisici ai quali io e i miei omologhi siamo costantemente esposti, ma io continuo a pagare le tasse.
Non avendo preso moglie né procreato per il puro gusto di giocare alla famiglia, ho versato nelle casse dello stato una somma quasi tripla di quella corrisposta da un tenero maritino che abbia percepito pari reddito, il che – com’è naturale – mi fa girare le palle, soprattutto perché il sottoscritto, a differenza del sopracitato maritino, non ha nessuno con cui dividere le spese. Nondimeno, ho pagato le tasse – quasi triple, ripeto – contribuendo in tal modo al mantenimento dei figli... altrui. Ma le ho pagate, benedetto il Nome! Le ho pagate.
E ora... trac. La tassa sul culo.
L’ultima delle quotidiane esternazioni discriminatorie nei confronti di qualunque minoranza etnica, religiosa o sessuale da parte di chi è pagato – con i miei soldi! mio dipendente! – per rappresentarmi. L’ultima fino a domani, perché ogni santo giorno se ne sente una.
E ancora Jan ha il coraggio di dirmi che «bisogna resistere», che «andrà tutto bene».
Andrà tutto bene, certo.
È la stessa cosa che si diceva nel 1938 a Berlino.

sottoscrivo.
RispondiEliminazmanim kashim, caro dottor yona bimei hadag.
RispondiEliminazmanim kashim.