La parola “suicidio” è attestata in lingua italiana sin dal Settecento, ed ha subito attecchito nel nostro lessico, se non altro per la comodità di un sostantivo – fino ad allora inesistente – che indicasse l’atto di togliersi la vita. Soltanto un secolo più tardi, sulla traccia dell’orrendo francese se suicider, abbiamo foggiato il parimenti orrendo “suicidarsi”, in un’atroce diatesi riflessiva, che suggerisce che il soggetto si uccida due volte: nel prefisso e nel suffisso.
Nel frattempo, si sono progressivamente ridotte le occorrenze del sostantivo “suicidio” in coppia con gli aggettivi “volontario” e “involontario”, e non è un caso. Nella nostra cultura, infatti, il nostro corpo non appartiene a noi, ma è semplicemente dato in locazione, e dunque ogni nostro atto verso di esso in assenza di assenso da parte di un’autorità (che generalmente indossa una gonna damascata e a scansione annuale si dedica a pratiche feticiste su pezzi di cadavere) attira una severissima riprovazione, e dunque nessuno di noi è particolarmente desideroso di dichiarare pubblicamente che un proprio parente è morto suicida. Di conseguenza, l’espressione “suicidio involontario” è stata felicemente sostituita da “incidente”.
Ora, appurato che l’atto di darsi la morte è connotato culturalmente, è legittimo chiedersi che senso abbia la comparazione delle statistiche sui suicidi in diverse nazioni, dal momento che ognuna di queste lo definisce a modo proprio.
A titolo esemplificativo, formuliamo un’ipotesi.
Io non reggo l’alcol. Chiunque mi conosca sa che mi basta un cioccolatino al rum per cantare l’Aida in cinese al contrario. Mettiamo che in una disgraziata serata anni Settanta io mi tracanni un bicchierino di Zabov o di grappa Bocchino, e che poi inforchi Sequela (la mia fedelissima bicicletta) per tornare a casa. Non farei a tempo a percorrere trenta metri, e subito andrei a incastrarmi nelle rotaie del 27, per stamparmi come un’aldina contro la torre del Filarete e scendere senza por tempo in mezzo a prendere il tè con Belzebù (o più verosimilmente a fumare oppio insieme al Bafometto). I miei amici italiani direbbero che è stato un incidente; quelli svedesi lo chiamerebbero självmord (“self-murder”): sarei stato ucciso, e chiaramente da me stesso, benché senza intenzione.
Dal che, si capisce quanto sia facile far risultare che alcuni paesi abbiano tassi di suicidio cinque volte superiori a quelli di altri.
Qualora però mi ammazzassi deliberatamente, le cose cambierebbero, e di molto: gli amici, svedesi e italiani, parlerebbero all’unanimità di suicidio, mentre la famiglia parlerebbe ugualmente di incidente. A seconda del mezzo di morte da me scelto, il bollettino parrocchiale preciserebbe, in un affranto trafiletto in penultima pagina, che ero «rimasto chiuso sul balcone» e stavo «cercando di rientrare in casa dalla finestra del gabinetto», o che stavo «giocando con la cintura», o «lucidando la pistola» (che non ho), in un gioco di arrampicate sugli specchi che non ingannerebbe nemmeno un bimbo di due anni.
Difatti, ammettendo che il caro estinto si è accoppato di proposito, ci si troverebbe non soltanto a fronteggiare la grave sanzione sociale che ancora pesa sul suicidio, ma anche nell’imbarazzante necessità di spiegarne il motivo, esponendosi così allo scandalo. Perché è questo che conta, quaggiù: la cosiddetta decenza, non la vita.
E poi mi casca l’occhio su queste cose.
Non so se negli Stati Uniti quelle povere famiglie rappresentino o meno un’eccezione, ma in Italia, da quel che vedo (e sento, ahinoi!), pare proprio che un figlio suicida sia senz’altro preferibile a un figlio omosessuale.
venerdì 29 ottobre 2010
Vårt behov av tröst
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