Prima o poi doveva accadere anche a me: due pacchi che attendevo non mi sono stati recapitati. Cose che capitano, ma due volte in una settimana?
La gentilissima, sedula industriosaque Ingeborg mi scrive da Copenaghen scusandosi – e sottolineo, scusandosi! – per un errore commesso dai servizi postali italiani, e aggiungendo: «Non so proprio immaginare che cosa sia successo», con il giocondo candore scandinavo di chi è abituato a spedire una lettera certo della sua consegna, a prendere un treno con la sicurezza di giungere a destinazione, a sottoscrivere un abbonamento telefonico fidando nella sua effettiva attivazione.
Più ingenua ancora, la povera Svandís mi ha scritto il mese scorso da Reykjavík, a quattro giorni – e sottolineo, quattro giorni! – dalla spedizione, per chiedermi se io avessi già cominciato a leggere i libri che mi aveva inviato. Con che cuore spiegarle che il pacco è bloccato in dogana?
E qui inizia il calvario: lo stesso modulo inviato cinque volte, quindici telefonate al giorno prima di riuscire a parlare con un impiegato senziente e dotato di pollice opponibile, Erode, Pilato, nessuno sa nulla. Dopo aver ripetutamente fatto presente che il pacco non proviene dall’Irlanda, che gli accordi di Schengen e l’Unione Europea non sono la stessa cosa, che l’Unione Nordica e il Commonwealth non sono la stessa cosa, e che Reykjavík non è la capitale della Groenlandia, scopro finalmente che:
1. Poiché la bolla di spedizione riporta la dicitura «books» anziché «libri», sussistono dubbi sul contenuto del pacco.
2. Alle poste, nessuno ha capito che ISK sta per “corone islandesi”, e dunque risulta che io sto importando libri per un valore di 8700 euro. Ne segue che dovrò pagare un dazio proporzionato a questa cifra.
3. Il pacco resterà bloccato finché non sarò riuscito a dimostrare che i miei libri non contengono «pelliccia di cane e di gatto», né «gas fluorurati ad effetto serra».
4. C’è ancora una spinosa questione: «Ma a che cosa le servono questi libri?»
Eh già, quale potrà mai essere l’uso di questi misteriosissimi oggetti?
Valutando la perdita di tempo e denaro, ho calcolato che è più conveniente andare a trovare Svandís e procurarmi personalmente i testi che mi occorrono. Ma al momento di prenotare il volo, la tentazione di spuntare la casella «one-way trip» è molto, molto forte.
La gentilissima, sedula industriosaque Ingeborg mi scrive da Copenaghen scusandosi – e sottolineo, scusandosi! – per un errore commesso dai servizi postali italiani, e aggiungendo: «Non so proprio immaginare che cosa sia successo», con il giocondo candore scandinavo di chi è abituato a spedire una lettera certo della sua consegna, a prendere un treno con la sicurezza di giungere a destinazione, a sottoscrivere un abbonamento telefonico fidando nella sua effettiva attivazione.
Più ingenua ancora, la povera Svandís mi ha scritto il mese scorso da Reykjavík, a quattro giorni – e sottolineo, quattro giorni! – dalla spedizione, per chiedermi se io avessi già cominciato a leggere i libri che mi aveva inviato. Con che cuore spiegarle che il pacco è bloccato in dogana?
E qui inizia il calvario: lo stesso modulo inviato cinque volte, quindici telefonate al giorno prima di riuscire a parlare con un impiegato senziente e dotato di pollice opponibile, Erode, Pilato, nessuno sa nulla. Dopo aver ripetutamente fatto presente che il pacco non proviene dall’Irlanda, che gli accordi di Schengen e l’Unione Europea non sono la stessa cosa, che l’Unione Nordica e il Commonwealth non sono la stessa cosa, e che Reykjavík non è la capitale della Groenlandia, scopro finalmente che:
1. Poiché la bolla di spedizione riporta la dicitura «books» anziché «libri», sussistono dubbi sul contenuto del pacco.
2. Alle poste, nessuno ha capito che ISK sta per “corone islandesi”, e dunque risulta che io sto importando libri per un valore di 8700 euro. Ne segue che dovrò pagare un dazio proporzionato a questa cifra.
3. Il pacco resterà bloccato finché non sarò riuscito a dimostrare che i miei libri non contengono «pelliccia di cane e di gatto», né «gas fluorurati ad effetto serra».
4. C’è ancora una spinosa questione: «Ma a che cosa le servono questi libri?»
Eh già, quale potrà mai essere l’uso di questi misteriosissimi oggetti?
Valutando la perdita di tempo e denaro, ho calcolato che è più conveniente andare a trovare Svandís e procurarmi personalmente i testi che mi occorrono. Ma al momento di prenotare il volo, la tentazione di spuntare la casella «one-way trip» è molto, molto forte.

Ommadonna... tesoro se ti trasferisci io vengo con te. Magari gli Islandesi sono un po' meno lenti degli Italiani anche in altre cose(...e con questa ho risposto al tuo appello di là!)
RispondiEliminap.s. sai che il pacco che non è arrivato a te l'ho preso io??? X°D ahahahhaah! Ti chiamo quando riesco... settimana pienissima!
RispondiEliminaEh, be', però adesso mi devi inviare una dettagliata descrizione del contenuto!
RispondiEliminaE che cazzo!
Haaaa! ...che altro dire?
RispondiElimina@La Vale:
RispondiEliminaPotresti dire: "Hhh!"