Tanto, tanto tempo fa, giunse nelle terre toscane una signora nerovestita di nome Sophie.
Era soltanto di passaggio, la sua essendo appena una breve sosta sulla via del ritorno in madrepatria, nelle fredde regioni boreali, e alloggiò per qualche giorno a Lucca, città che magari non possiederà la bellezza abbacinante di Firenze, ma è comunque più interessante della Conad di Cascina. Ad ogni modo, Sophie non vi trovò alcunché di ragguardevole – ma non è forse la vera fede quella di chi crede ai miracoli al punto di trovarli normali? Chissà.
Ma Sophie non era sola: si trovava là insieme alla sua compagna di viaggi (e verosimilmente anche d’altro), la simpatica signora Selma, la quale, incantata dagli splendori italiani, non soltanto apprezzò assai il centro storico, ma ben pensò di farsi un giretto a San Martino, ov’ebbe modo di osservare il Volto Santo.
Selma proveniva da una contea della quale, se il paragone non fosse tanto azzardato, direi quasi che ha molto in comune con la Toscana: è patria di numerosi letterati di un certo calibro, inoltre la gente di colà ha un carattere allegro e ridanciano, e una parlata sonora e aperta, che non si lascia intimidire dai nessi vocalici.
Nelle fattezze del Volto Santo, la signora Selma non solo ritrovò l’œil juif di Sophie, ma ravvisò anche un’intima forza irradiante: «Se ne intuisce la potenza», ebbe a commentare per lettera. E molti anni dopo, scrisse un graziosissimo racconto dal titolo La santa figura di Lucca, nel quale una coppia di pellegrini assiste ad un miracolo, senza tuttavia avvedersene.
Ecco, io sono un po’ come Sophie, mi lascio sfuggire la bellezza nella più giuliva noncuranza: percorro lo Stivale e tengo il naso incollato ai libri, declino inviti a pranzo e mi chiudo in un museo, e invece di godermi il tramonto sul mare, m’infilo gli auricolari e ascolto il «Coro a bocca chiusa» della Madama Butterfly.
Sono l’unico culattone d’Italia che va a Torre del Lago per visitare Villa Puccini.
Mi accontento di... robetta.
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Sì, Selma scriveva. Qualche anno dopo il viaggio qui narrato, un regista – figlio d’Israele, nonché spavaldamente omosessuale – decise di fissare su pellicola il primo romanzo di Selma, assegnando peraltro una parte piuttosto importante ad una giovane attrice che di lì a poco si sarebbe confrontata con una notorietà dirompente, nonché con una serie di fastidiosi chiacchiericci sulle sue relazioni con altre donne. Hm!
Era soltanto di passaggio, la sua essendo appena una breve sosta sulla via del ritorno in madrepatria, nelle fredde regioni boreali, e alloggiò per qualche giorno a Lucca, città che magari non possiederà la bellezza abbacinante di Firenze, ma è comunque più interessante della Conad di Cascina. Ad ogni modo, Sophie non vi trovò alcunché di ragguardevole – ma non è forse la vera fede quella di chi crede ai miracoli al punto di trovarli normali? Chissà.
Ma Sophie non era sola: si trovava là insieme alla sua compagna di viaggi (e verosimilmente anche d’altro), la simpatica signora Selma, la quale, incantata dagli splendori italiani, non soltanto apprezzò assai il centro storico, ma ben pensò di farsi un giretto a San Martino, ov’ebbe modo di osservare il Volto Santo.
Selma proveniva da una contea della quale, se il paragone non fosse tanto azzardato, direi quasi che ha molto in comune con la Toscana: è patria di numerosi letterati di un certo calibro, inoltre la gente di colà ha un carattere allegro e ridanciano, e una parlata sonora e aperta, che non si lascia intimidire dai nessi vocalici.
Nelle fattezze del Volto Santo, la signora Selma non solo ritrovò l’œil juif di Sophie, ma ravvisò anche un’intima forza irradiante: «Se ne intuisce la potenza», ebbe a commentare per lettera. E molti anni dopo, scrisse un graziosissimo racconto dal titolo La santa figura di Lucca, nel quale una coppia di pellegrini assiste ad un miracolo, senza tuttavia avvedersene.
Ecco, io sono un po’ come Sophie, mi lascio sfuggire la bellezza nella più giuliva noncuranza: percorro lo Stivale e tengo il naso incollato ai libri, declino inviti a pranzo e mi chiudo in un museo, e invece di godermi il tramonto sul mare, m’infilo gli auricolari e ascolto il «Coro a bocca chiusa» della Madama Butterfly.
Sono l’unico culattone d’Italia che va a Torre del Lago per visitare Villa Puccini.
Mi accontento di... robetta.
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Sì, Selma scriveva. Qualche anno dopo il viaggio qui narrato, un regista – figlio d’Israele, nonché spavaldamente omosessuale – decise di fissare su pellicola il primo romanzo di Selma, assegnando peraltro una parte piuttosto importante ad una giovane attrice che di lì a poco si sarebbe confrontata con una notorietà dirompente, nonché con una serie di fastidiosi chiacchiericci sulle sue relazioni con altre donne. Hm!

guarda che l'ipercoop di cascina (ipercoop, non conad!) è un luogo dello spirito, eh!?!...
RispondiElimina...e difatti me lo sono perso.
RispondiEliminaEhi ehi, non fare il prezioso, non sei l'unico: anch'io vado a Torre del Lago per Puccini!
RispondiEliminaAh, e ho compilato pure tutte le caselline su Sophie Elkan, Selma Lagerlöf, Mauritz Stiller e Greta Garbo. Mi sento soddisfatto.
RispondiElimina@Watkin:
RispondiEliminaBe', a questo punto mi sento soddisfatto anch'io.
[E magari comincio a rileggermi per la terza volta la "Gösta Berlings saga".]