Nel 1991, la casa editrice più amata dalle fotografe tedesche diede alle stampe Il libro di Giobbe, che in un primo momento conobbe un certo successo di vendita. In seguito, però, la redazione fu tempestata di telefonate da parte di furibondi lettori, che lamentavano: «Ma non fa ridere!».
A tutta prima, il direttore editoriale di allora deve aver faticato parecchio, a spiegarsi come fosse possibile che quello stesso pubblico, che l’anno precedente si sbellicava dalle risa di fronte a Fantozzi alla riscossa, ora non cogliesse la stessa crudele comicità nelle sventure del tartassato Iyov. L’arcano è presto svelato: gl’italiani, poverini, ben istruiti da santa madre chiesa sulle questioni relative ai contraccettivi, ma assai meno preparati sul piano religioso, cercavano in effetti un altro libro, pubblicato quello stesso anno, dal titolo Parola di Giobbe*.
Quest’ultimo, concepito come riesame umoristico di alcune scritture bibliche, offre (involontariamente?) il destro a facili quanto inopinate analisi dei noti episodi narràtivi («Signore, passi per Sodoma, città di sodomiti, ma... perché hai distrutto anche Gomorra?»); una specie di uovo di Colombo dell’esegesi: l’idea era già lì, su un piatto d’argento, bastava coglierla.
Quanto a Iyov, invece, siamo di fronte ad uno dei testi più belli sul problema del male, che è roba per palati forti. Anzi, fortissimi. Lo sanno bene i figli d’Israele, che nello yotzer or preferiscono proseguire con «e creatore di tutto» (uvore et hakol) anziché seguire Isaia alla lettera («e creatore del male», uvore ra). E credo che abbiano le loro buone ragioni.**
Qualche mese fa, una porzione del tetto di una chiesa del mio quartiere è crollata a pochi metri da un drappello di vecchie, coscienziosamente immerse nelle devozioni mariane. Subito è balzato fuori un sacerdote, che, una volta accertate le buone condizioni di salute delle devote e l’assenza di danni alla sua adorata cappella, ha giubilato: «Diciamo subito una messa per ringraziare la Madonna, che ci ha protetti!».
Le vecchie, com’era facile aspettarsi, si sono ammutinate al gran completo, in un roteare di rosari: «Se voleva proteggerci, poteva impedire che il tetto crollasse!», e dopo averlo energicamente mandato a fare in culo, se ne sono uscite trotterellando. E loro pure a buon motivo.
Scrive Simone Weil:
«Le religioni per le quali la divinità comanda ovunque ne ha il potere sono false. Anche se sono monoteistiche, sono idolatrie.»***
Ed è precisamente questo che la Weil intende accusare: forme religiose che hanno scambiato la divinità per una sorta di bancomat cosmico fuor di sesto, che dispensa grazie o disgrazie a seconda della buona o avversa fortuna di un orante che cerca di azzeccare il codice segreto sul tastierino numerico.
L’incaglio, però, sta nel fatto che uno spostamento della responsabilità del male dal divino al terreno sottintenderebbe una natura demoniaca del mondo, concetto questo che si avvicina pericolosamente all’eresia catara, con la sua idea di creazione maligna****.
Insomma, non se ne esce più.
Personalmente, l’ipotesi di un’implicazione diretta di Nostra Signora mi attrae poco. Sono cresciuto a suon di «i bravi bambini dormono con le mani sopra le coperte, altrimenti la Madonna piange», e dubito che una donna che passa le sue giornate a cronometrare masturbazioni abbia anche il tempo di tener d’occhio la resistenza delle strutture in cemento delle chiese.
Per contro, questo suo trastullo scoptofilo mi sembra poco conciliabile con il candore verginale comunemente ascrittole. Al posto suo, non dico che sporgerei querela per diffamazione, ma insomma...
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* G. Covatta, Parola di Giobbe, Firenze, Salani, 1991.
** Esistono svariate spiegazioni a questa sostituzione, ma, ecco... magari un’altra volta. Il brano è esemplato su Is. 45,7.
*** «Formes de l’amour implicite de Dieu», in Attente de Dieu. Contrariamente alle mie abitudini, questa volta non sono in possesso del testo in lingua originale. In Italia è stato pubblicato dalla solita Adelphi nel 2008, con il titolo Attesa di Dio. Costa una barca di quattrini, ma li vale tutti. Da qui traggo questa citazione, nella traduzione di M.C. Sala.
**** No, non c’entra nulla con i Malevolent Creation.