martedì 22 dicembre 2009

Christian Pride

Al supermercato, tutt’un profluvio di panettoni e pandori.
Le vetrine dei panettieri, dei cartolai e dei videonoleggi traboccano di festoni luccicanti, ninnoli a forma di abete, vetrofanie di angioletti, di sacrefamiglie, di gesubbambini, ninnoli e pinzillacchere.
I viali e le piazze grondano di lucette e comete, e persino in metropolitana si sentono quelle frastornanti ciaramelle.
I negozianti impacchettano in carta da regalo qualunque articolo, anche il kebab.
Nella cassetta della posta, un biglietto speditomi dalla consorteria più ricca del mondo mi chiede un’offerta per i poveri.
Presepi, madonne e bambinelli a vagonate.
Ho capito: siamo sotto Natale.

Ora.

Io non ho nulla contro i cristiani.
Ho anche molti amici che professano questo culto.
Ma quando ostentano la loro condizione con queste carnevalate...

mercoledì 16 dicembre 2009

Non insegnate ai bambini

Arconovalda: «Dottor dai Mics? La disturbo? EEEK! AAAH!»
l’ale: «Signora Cantalamessa, si sente bene?»
Arconovalda: «Ecco, mi scusi, sa... i bambini...» (working mom)
l’ale: «Uno dei motivi per cui io non ne ho. Ma mi dica...»
Arconovalda: «Sì, volevo chiederLe se per caso Le avessero dato in lettura...»
l’ale: «...La nebulosa Dodecaedro
Arconovalda: «Oh! E come fa a saperlo?»
l’ale: «Sa com’è, me l’ha già chiesto una dozzina di volte...»
Arconovalda: «Ah, mi scusi, ma... YHYHYYY! MAMMAAA!!!»
l’ale: «Mi scusi un istante...»
Arconovalda: «... ... ...WHAAAH! WHAAAH!»
l’ale: «...»
Arconovalda: «...pronto?»
l’ale: «Eccomi. Ho abbassato il volume del telefono, sa...»
Arconovalda: «Ecco, mi scusi, sa... i bambini...» (e due)
l’ale: «Comunque no, non l’ho letto.»
Arconovalda: «Hm. Peccato. In realtà, però, La chiamo anche per L’emiro di Haparanda, un libro – guardi – b.e.l.l.i.s.s.i.m.o! Un best seller assoluto! Lei avrebbe tempo di leggerlo? IIIH! IIIH! MOOO! OINK-OINK!» (manca solo l’orso Onofrio)
l’ale: «Per quando?»
Arconovalda: «Ce la fa per il 24?»
l’ale: (batte le palpebre cinque o sei volte) «Mattina o sera?»
Arconovalda: «Ah ah ah! Hm. E... senta, se potesse fare attenzione agli elementi, come dire...»
l’ale: «Sìiih?»
Arconovalda: «...sì, insomma, se il linguaggio è... be’, colorito...»
l’ale: «L’editore non ama le trivialità?»
Arconovalda: «Ecco, infatti. Sa, ci hanno detto che contiene immagini un po’ forti... Qual è la politica degli editori con cui lavora Lei, in questi casi? AAAH! AAAH! BLBLBL!»
l’ale: «Be’, dipende. A Hyperborg, per esempio, sono accettate anche le scene crude, purché non comportino sesso anale.»
Arconovalda: «Davvero?»
l’ale: «Sì, per avversione personale dell’editore. Humilia me lo diceva sempre: ‘Posso accettare tutto, ma non il sesso anale!’, ed io le rispondevo: ‘La padrona di casa sei tu, comunque non sai cosa ti perdi’.»
Arconovalda: «... ... ...»
l’ale: «...pronto?»
Arconovalda: «Ehm... scusi, ho disattivato il vivavoce.»

venerdì 11 dicembre 2009

Miracoli

Accendi una candela bianca
nella tenda nera del mio cuore:
dal settentrione fino allo Yemen
splenderà la luce!

[Leah Goldberg]


Questa sera, qualcuno accende una candela fatta per durare un giorno solo.
Ma forse (...forse!) resterà accesa per otto.

mercoledì 9 dicembre 2009

Si Deus est, unde malum?

Nel 1991, la casa editrice più amata dalle fotografe tedesche diede alle stampe Il libro di Giobbe, che in un primo momento conobbe un certo successo di vendita. In seguito, però, la redazione fu tempestata di telefonate da parte di furibondi lettori, che lamentavano: «Ma non fa ridere!».
A tutta prima, il direttore editoriale di allora deve aver faticato parecchio, a spiegarsi come fosse possibile che quello stesso pubblico, che l’anno precedente si sbellicava dalle risa di fronte a Fantozzi alla riscossa, ora non cogliesse la stessa crudele comicità nelle sventure del tartassato Iyov. L’arcano è presto svelato: gl’italiani, poverini, ben istruiti da santa madre chiesa sulle questioni relative ai contraccettivi, ma assai meno preparati sul piano religioso, cercavano in effetti un altro libro, pubblicato quello stesso anno, dal titolo Parola di Giobbe*.
Quest’ultimo, concepito come riesame umoristico di alcune scritture bibliche, offre (involontariamente?) il destro a facili quanto inopinate analisi dei noti episodi narràtivi («Signore, passi per Sodoma, città di sodomiti, ma... perché hai distrutto anche Gomorra?»); una specie di uovo di Colombo dell’esegesi: l’idea era già lì, su un piatto d’argento, bastava coglierla.

Quanto a Iyov, invece, siamo di fronte ad uno dei testi più belli sul problema del male, che è roba per palati forti. Anzi, fortissimi. Lo sanno bene i figli d’Israele, che nello yotzer or preferiscono proseguire con «e creatore di tutto» (uvore et hakol) anziché seguire Isaia alla lettera («e creatore del male», uvore ra). E credo che abbiano le loro buone ragioni.**
Qualche mese fa, una porzione del tetto di una chiesa del mio quartiere è crollata a pochi metri da un drappello di vecchie, coscienziosamente immerse nelle devozioni mariane. Subito è balzato fuori un sacerdote, che, una volta accertate le buone condizioni di salute delle devote e l’assenza di danni alla sua adorata cappella, ha giubilato: «Diciamo subito una messa per ringraziare la Madonna, che ci ha protetti!».
Le vecchie, com’era facile aspettarsi, si sono ammutinate al gran completo, in un roteare di rosari: «Se voleva proteggerci, poteva impedire che il tetto crollasse!», e dopo averlo energicamente mandato a fare in culo, se ne sono uscite trotterellando. E loro pure a buon motivo.
Scrive Simone Weil:

«Le religioni per le quali la divinità comanda ovunque ne ha il potere sono false. Anche se sono monoteistiche, sono idolatrie.»***

Ed è precisamente questo che la Weil intende accusare: forme religiose che hanno scambiato la divinità per una sorta di bancomat cosmico fuor di sesto, che dispensa grazie o disgrazie a seconda della buona o avversa fortuna di un orante che cerca di azzeccare il codice segreto sul tastierino numerico.
L’incaglio, però, sta nel fatto che uno spostamento della responsabilità del male dal divino al terreno sottintenderebbe una natura demoniaca del mondo, concetto questo che si avvicina pericolosamente all’eresia catara, con la sua idea di creazione maligna****.
Insomma, non se ne esce più.

Personalmente, l’ipotesi di un’implicazione diretta di Nostra Signora mi attrae poco. Sono cresciuto a suon di «i bravi bambini dormono con le mani sopra le coperte, altrimenti la Madonna piange», e dubito che una donna che passa le sue giornate a cronometrare masturbazioni abbia anche il tempo di tener d’occhio la resistenza delle strutture in cemento delle chiese.
Per contro, questo suo trastullo scoptofilo mi sembra poco conciliabile con il candore verginale comunemente ascrittole. Al posto suo, non dico che sporgerei querela per diffamazione, ma insomma...

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* G. Covatta, Parola di Giobbe, Firenze, Salani, 1991.
** Esistono svariate spiegazioni a questa sostituzione, ma, ecco... magari un’altra volta. Il brano è esemplato su Is. 45,7.
*** «Formes de l’amour implicite de Dieu», in Attente de Dieu. Contrariamente alle mie abitudini, questa volta non sono in possesso del testo in lingua originale. In Italia è stato pubblicato dalla solita Adelphi nel 2008, con il titolo Attesa di Dio. Costa una barca di quattrini, ma li vale tutti. Da qui traggo questa citazione, nella traduzione di M.C. Sala.
**** No, non c’entra nulla con i Malevolent Creation.

mercoledì 2 dicembre 2009

Fikakultur

Me li ero quasi dimenticati, i vezzi dei Suiones, gente che risponde «vad bra» (‘che bello’) a qualunque stimolo, linguistico e non.
Riescono a scrivere senza errori odonimi come “Wollmar Yxkullsgatan”, e poi presentano nelle liste dei ristoranti specialità (a loro avviso tipicamente svedesi) come “ruccula”, “zuccini”, “proscuiotto”, “mozzarella di bufalo” e “spagetti à la puttana”. Quando si fa loro notare che il bufalo è maschio, e difficilmente dà latte, sgranano gli occhioni celesti e: «Vad bra!».
Premono all’orecchio il telefono, impegnati in una conversazione che contempla un’unica parola: «Áa?». Questo implicherebbe che all’altro capo ci fosse un interlocutore che parla senza posa, ma io non mi sono mai imbattuto in uno stoccolmese che stesse davvero *parlando* al telefono, il che mi fa pensare che i loro dialoghi siano costituiti da un’interminabile serie di «Áa?» «Áa?» «Áa?» ... «Vad bra!».
Fanno dell’equilibrio e della ponderatezza il loro cardine comportamentale dominante, espresso dall’avverbio lagom (‘moderatamente’), che a detta loro nessun’altra lingua possiede. Apprendendo che questo concetto esiste dai tempi di Aristotele (méson te kaì áriston) e di Orazio (Auream quisquis mediocritatem [...]), flettono il polso sbarazzini, e liquidano la questione con: «Áa? Åh, ma sarà stato almeno cent’anni fa!».
E poi c’è la fika, ossia il momento di prendersi un caffè. «Typiskt svenskt!» (e non occorre tradurre), come i dolcetti natalizi allo zenzero. Peccato che ambedue le piante siano originarie dell’Oriente. «Áa? Ma noi abbiamo la cultura della fika! Noi si va al bar, si prende il caffè, e si fanno quattro chiacchiere.» Eh già, quale italiano andrebbe mai al bar a prendersi un caffè con un amico? «Ma da noi è diverso, noi si prende anche un biscottjjjno!», con quella loro /i:/ rigorosamente pronunciata premendo l’apice della lingua contro l’osso sfenoide.
Nel loro candore spiazzante, chiedono a due perfetti sconosciuti – in questo caso a me e a Dree – se siano una coppia, del tutto ignari del fatto che la stessa domanda, nel nostro paese, rappresenterebbe un insulto gravissimo. E quando spiego che il mio amico, in realtà, è venuto a Stoccolma per la fika, distendono le labbra in un sorrisone: «Áa? Vad bra!».
Poveri, poveri, innocenti Suiones.
E poveri noi.