domenica 20 maggio 2012

Trime la tiare

Mater: «Lu âtu sintût
l’ale: «No, po».

Non riusciamo nemmeno a chiamarlo per nome, il maledetto.

martedì 1 maggio 2012

Kale kol tzar umastin mealeynu

Possiedo tre libri – di diversi autori ed editori – che raccolgono studi critici condotti su opere letterarie legate al tema dell’omosessualità, ma nessuno di questi tocca neppure tangenzialmente Gli occhiali d’oro di Giorgio Bassani. Non so spiegarmi la ragione di tale assenza, date l’innegabile bellezza e, sciaguratamente, l’attualità di buona parte di questo testo.
Già alla seconda pagina, per esempio, l’anonimo narratore descrive il dottor Fadigati come un uomo che pone in massimo rilievo le proprie buone virtù caratteriali, l’urbanità, le belle maniere; persino l’apparenza fisica contribuisce a conferirgli un’aria paciosa, gentile, amabile. Non è la prima, né l’ultima rappresentazione dell’omosessuale come persona di garbo, e – credo – per un motivo ben preciso: chi è diverso deve sobbarcarsi uno sforzo in più, per essere tollerato dalla comunità d’appartenenza. L’unico scudo con il quale possa sperare di proteggersi è una presenza impeccabile, elegante e compita, una contegnosa mansuetudine (importante dimostrare di non essere pericolosi) e remissività. In altre parole, assoluta sottomissione. Tant’è che anche nei capitoli ambientati a Riccione, quando la signora Lavezzoli esprime apprezzamento per i commenti antisemiti di Agostino Gemelli sulle pagine de «La civiltà cattolica»*, il narratore, anziché risponderle per le rime, si fa da parte: «mi tirai su dalla poltroncina di vimini e mi eclissai» (p. 72; qui, come nelle citazioni successive, faccio riferimento all’edizione Einaudi del 1958). Come mai? Semplice, la signora Lavezzoli sa perfettamente che il suo interlocutore è ebreo, e se si considera che il romanzo si svolge negli anni Trenta, ecco che l’episodio acquisisce toni agghiaccianti.
Quello di Athos Fadigati, ovviamente, non è un segreto per nessuno. Il dottore mantiene i suoi gusti sessuali celati dietro un pannello di riservatezza, ma questo non fa che rinfocolare la curiosità di chi lo circonda: «Non c’è nulla più dell’onesta pretesa di mantenere distinto, nella propria vita, ciò che è pubblico da ciò che è privato, che ecciti l’interesse indiscreto delle piccole società per bene» (p. 16). Insomma, certe cose vanno fatte soltanto in camera da letto, però la ciarliera collettività si arroga il diritto di annusare le lenzuola. E difatti, la signora Lavezzoli, nel rimarcare la mancanza di discrezione di Fadigati e Deliliers, è importuna lei per prima, dato che li sta osservando con un occhialetto!
La condotta sessuale tutt’altro che inappuntabile di Laura Grillanzoni (p. 24) e di Bianca Sgarbi (pp. 31-32) non attira loro nulla più del maligno chiacchiericcio della gente, benché la loro civetteria sia assai meno discreta delle abitudini di Fadigati. Perché? Perché le due donne non deflettono dalla norma, la società le riconosce come parti di sé. Di loro, dunque, si cicala con naturalezza, mentre dell’attempato dottore si preferisce parlare per ellissi, per puntini di sospensione: «Ebbene, ho sentito dire che...» (p. 20); «Bastava anche dire che Fadigati era “così”, che era di “quelli”» (p. 21). Questi è una persona accettabile finché il suo orientamento sessuale resta dissimulato, benché noto a tutti. Ma se egli non fosse un medico con una buona posizione e un’abilità professionale tale da renderlo indispensabile ai ferraresi, sarebbero essi disposti a chiudere un occhio sul suo “vizio” soltanto perché esercitato in tutto riserbo? L’autore non lo dice. Ciò che conta è che «il dottor Fadigati aveva due vite. Ma chi non ne ha?» (p. 22). E poco oltre: «era Fadigati stesso, con la sua condotta formalmente ineccepibile, a favorire attorno a sé un così largo spirito di tolleranza» (p. 24).
Il primo a sfasciare tale discrezione è Eraldo Deliliers: «Oh, un vecchio finocchio» (p. 32). Una bomba a mano lanciata nella narrazione, questo suo commento volgare, dopo tutto il tatto delle pagine precedenti. E l’episodio si ripete di lì a poco: «Ci parli piuttosto di quei due ragazzi dell’orto, che le piacevano tanto. Che cosa ci faceva, insieme?» (p. 42), un’altra villania gratuita, che perturba anche il corso della lettura.
Ora il dottore ha paura, sa di non potersi mai concedere di abbassare la guardia: «Un attimo solo di abbandono gli era costato caro. Adesso, si capisce, temeva il ridicolo più che mai» (p. 43). Ma in quegli anni si rischiava ben altro che il ridicolo! Appena dieci pagine prima, Fadigati, chiuso nel suo scompartimento ferroviario, ci appare come «un confinato di riguardo, in viaggio di trasferimento a Ponza o alle Tremiti per restarvi chissà per quanto», un chiaro rimando a ben noti provvedimenti di polizia in auge nel Ventennio.
Deliliers si fa vedere in giro con Fadigati, sbrecciando quella parete di circospezione che ha sempre protetto la sua sfera privata, fino a demolirla del tutto. Viene a prelevare l’amante all’albergo, rombando con l’auto nuova che questi gli ha appena regalato (p. 74). Quanto rumore fa, questo Deliliers! Ormai la storia è sulla bocca di tutti: «Lo stesso giorno del nostro arrivo seppi subito [...]» (p. 53). Usando addirittura due complementi di tempo, l’autore dà ancora più risalto al fatto che non si parli d’altro**.
Di qui in poi, è Fadigati stesso a trascinarsi nel ridicolo. La sua passione per il giovane Eraldo è palese. «Sopra pensiero, non faceva che mordersi le labbra. Perché Deliliers tardava ancora? Che cosa gli era accaduto?» (p. 67): se il narratore è in grado di indovinare i pensieri del dottore, è perché questi sono manifesti. Emblematica la scena del fumo (pp. 69-71): innamorato cotto, Fadigati prende ad imitare anche il vizio del mascalzoncello, compresa la preferenza per le sigarette Nazionali, e persino il vezzo di accenderle dal capo della marca (come si è visto a p. 31). Ed un vecchio che si strugge d’amore per un giovane è uno spettacolo stomachevole. Il narratore stesso ha a dire: «mi repugnava» (p. 85).
Deliliers, per contro, non prova alcun sentimento per l’anziano dottore: con i soldi ed i regali di Fadigati, gira in compagnia di belle ragazze, per poi rapinarlo ed abbandonarlo una volta per tutte.
Trascinato prima nel ridicolo, poi nella vergogna e nello scandalo, il «vecchio finocchio» rimane solo. Senza più pazienti, ignorato ed evitato, ridotto in povertà da un profittatore che lo ha derubato di tutto e lo ha anche preso a pugni, non ha più nessuno a cui rivolgersi, nemmeno le forze dell’ordine. «Denunciarlo? [...] Ma le pare possibile?» (p. 87).
L’unico a non avergli tolto il saluto è il narratore. Ed è a questo punto che, in un dialogo fra i due (pp. 106-108), avviene il confronto tra la condizione dell’omosessuale e quella dell’ebreo. Istanze diverse, certamente, ma con più d’un punto in comune: nel momento in cui Fadigati, ormai rassegnato, dice che «forse bisognerebbe essere così, sapere accettare la propria natura», l’io narrante scoppia a ridere: «Sarebbe come dire: può un italiano, un cittadino italiano, ammettere di essere un ebreo, e soltanto un ebreo?». È quest’ultimo un passo importantissimo, perché suggerisce l’esistenza di un’appartenenza superiore, che sottende tutte le altre – quella religiosa, quella sessuale, e via dicendo. Con la complicazione, però, dei regimi totalitari, nei quali è fin troppo facile decidere che alcuni siano cittadini (esseri umani?) e altri no. È significativo che i persecutori dell’ebreo e dell’omosessuale siano i medesimi, propugnatori di un’ideologia incarnata qui nella signora Lavezzoli.
La differenza tra il narratore e Fadigati sta nel senso di colpa di quest’ultimo: laddove l’errore di certi membri della comunità ebraica è quello di non saper riconoscere il nemico come tale, quello dell’omosessuale consiste nel considerarsi egli stesso un “nemico”: un danno per la società, una persona malfatta, difettosa, sbagliata, e pertanto meritevole di subire crudeltà. Ecco perché Fadigati «perdonava, al solito, consentiva al carnefice» (p. 108). È scientemente connivente con i suoi seviziatori.

Del dottor Fadigati si riparla nel Giardino dei Finzi-Contini, pubblicato quattro anni più tardi. La vicenda ha lasciato un segno profondo nell’animo del narratore, che ne parla (p. 263 dell’edizione Einaudi del 1962) con un altro personaggio, Giampiero Malnate, raccontandogli come l’anziano otorinolaringoiatra si sia ucciso per amore. E alle parole «per amore», il Malnate ridacchia. «Per lui, i pederasti erano soltanto dei “disgraziati”, dei poveri “ossessi” di cui non metteva conto di occuparsi che sotto il profilo della medicina o sotto quello della prevenzione sociale». Un punto di vista superficiale, da praticone, «da vero goi», dice il narratore. Tanto più che al Giampi Malnate non può essere sfuggita una questione di non poca rilevanza, all’interno del romanzo: Alberto Finzi-Contini è palesemente innamorato di lui. Anzi, si comporta come una cagnetta isterica che continua a balzellonare intorno alle gonnelle del Malnate, uno spettacolo quasi pietoso. Com’è possibile che l’amico sia così sempliciotto da non essersene accorto? Addirittura chiede ad Alberto, pungolandolo in modo anche un po’ fastidioso, per quale motivo abbia sempre respinto Gladys, la ballerina del Lirico conosciuta a Milano; e il poverino arrossisce, senza rispondergli (p. 164).

Alla figura di Fadigati si accenna nuovamente in Dietro la porta (1964), il cui protagonista ricorda di essere stato visitato dall’otorinolaringoiatra quando, da bambino, soffriva di tonsillite. Nessuna menzione viene fatta della penosa vicenda, né delle tristi circostanze della sua morte.
In compenso, nel secondo racconto di Les neiges d’antan, c’è un fuggevole accenno a «quell’altra carogna, quel Deliliers, che esclusivo responsabile com’era della morte del povero dottor Fadigati, l’otorino di via Gorgadello finito suicida in Po, a Porto Longone avrebbe dovuto stare, altro che all’estero a godersela con soldi e macchina!». Parole come un dito puntato, un verdetto di colpevolezza che sembra voler rappresentare un ultimo, esiguo tentativo di rendere finalmente giustizia alla vittima.
Vittima che, tuttavia, resta pur sempre sottoterra.

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* L’articolo citato dalla signora Lavezzoli non esiste. Padre Gemelli non scrisse mai su «La civiltà cattolica». Fece, però, esternazioni poco simpatiche nei confronti dei figli d’Israele. Forse Bassani sta anticipando, per artificio letterario, il plauso del religioso per la promulgazione delle leggi razziali; oppure forse la signora Lavezzoli sta lavorando di fantasia, basandosi su precedenti scritti del Gemelli (per esempio il famigerato necrologio del Momigliano pubblicato su «Vita e pensiero»).

** V. Spinazzola, nel suo studio «Bassani: gli occhiali del “vecchio finocchio”» (L’egemonia del romanzo, Milano, Il Saggiatore / Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 2007, pp. 206-222) nota le frequentissime iterazioni di concetti sparse in tutto il romanzo. Nel solo primo paragrafo, ne trovo due: «quelli che ricordano il dottor Fadigati: Athos Fadigati, l’otorinolaringoiatra che [...]»; «ed è finito così male, poveruomo, così tragicamente». Non proseguo nell’elenco, perché la ricorrenza di questo artificio espressivo è tanto assidua da innervare l’intero testo. In realtà, impianti simili ricorrono, benché con minore frequenza, anche in altri scritti del Bassani: «sempre, finché visse, Lida Mantovani ricordò [...]»; «Prese a nevicare verso Natale, e seguitò neve e neve fino alla Befana» (Lida Mantovani); «L’unica persona in casa che si fosse accorta fin da principio del dottor Corcos, del dottor Elia Corcos [...]» (La passeggiata prima di cena); «ma l’impulso, la spinta a farlo veramente [...]» (Il giardino dei Finzi-Contini). Mi ricorda un po’ la struttura di certa letteratura di qualche annetto fa (bikashti et sheahava nafshi; bikashti, velo metzatav; o anche: hinnach yafa rayati, hinnach yafa; shuvi shuvi hashulammit, shuvi shuvi venecheze-bach, ma-techezu bashulammit? D’accordo, la chiudo qui, prima che qualcuno si metta in testa che Bassani appartenesse – che so? – a una minoranza).

venerdì 13 aprile 2012

En passant le témoin

L’ultima volta che un uomo ha scritto una poesia su di me, gli inglesi cantavano God Save the King, e il tale, per età, poteva tranquillamente essermi padre.
Ora è ricapitato, con la differenza che l’autore del carme, per età, potrebbe tranquillamente essermi figlio.
Quasi quasi li metto in contatto, ho il sospetto che i due abbiano parecchio da dirsi.

martedì 10 aprile 2012

Desiderio Re

Mi trovavo in un’auto ferma nel parcheggio del punto più insulso di tutta la città di Toronto, quando per la prima volta ho sentito la voce di Björk. Il disco era uscito da poco, il brano era Possibly Maybe. «Isn’t it redundant?», ho chiesto al mio accompagnatore – un mio vulcanico cuginotto. Lui mi ha ruttato in faccia, poi ha fatto il suo consueto «Eh?», che non sapevo mai se intendere nel senso italiano o canadese, infine ha borbottato: «You read damn too much».
Ma io ero già perso nelle fumisterie grammaticali. Quanto sarebbe stato più efficace, il testo di quella canzone, se fosse stato concepito in greco antico! As much as I definitely enjoy solitude poteva calzare un bel participio congiunto; euphrainoméne en eremía. Quante parole in meno! Senza contare la gradevole armonia di una frase tanto accordata sulle vocali anteriori. E così procedendo, nel seguito del brano, la lingua sonora che Omero mise in bocca agli dèi avrebbe potuto giocare sulle incertezze, sulle congetture, sul desiderio chimerico, sul possibile e sul probabile (pur senz’altro a mio agio in solitudine, non mi dispiacerebbe, di quando in quando, trascorrere un poco di tempo con te), sfarfallando fra il congiuntivo e l’ottativo.
Quest’ultimo, soprattutto, sarebbe stato comodissimo. Peccato non averlo, in italiano. Per gli antichi greci, eán phoitóes par’emé, “se tu venissi a trovarmi”, è già sufficiente a prevedere che il seguito del periodo ipotetico è cháiroimi án, “mi farebbe piacere”: non esprime semplicemente l’ipotesi di una visita, ma un desiderio di sentirti bussare alla mia porta.
Sono passati quasi vent’anni. Invecchiando, è molto facile sfrondare i pleonasmi, cancellare il possibly, poi anche il maybe. Dopo una certa età, le cose sono o non sono. O perlomeno, così dovrebbe funzionare.
E invece nisba, nella testa ho un campanel, tutti gli imperativi del mondo a perpendicolo su di me, per reclamarmi in geometrici settentrioni, ma io ho tutti gli ottativi al nadir.

martedì 3 aprile 2012

Girigogoli

Visitare il sito di Trenitalia per verificare che un treno sia arrivato.
Come sto messo?
Torniamo a lavorare, via.

mercoledì 15 febbraio 2012

Editroia

Non sono mai andato granché fiero del mio italiano. Il periodare è sciatto, il lessico misero, la sintassi traballante; in breve, un linguaggio piuttosto trasandato.
È questa una delle ragioni per le quali continuo a fare il mestiere che faccio: l’Italia ha bisogno di qualcuno che appiattisca i testi, rendendoli accessibili anche ai lettori meno istruiti. Mestiere che finora mi è riuscito benino, devo dire. Gli scritti che ho consegnato negli ultimi anni erano abbastanza dimessi, vuoti ed insipidi da valermi il plauso di tutti i committenti, anche i meno contentabili.
Comprensibile dunque il mio sconcerto nel ricevere una lettera di fuoco da Redattrice2, indispettita dal mio linguaggio troppo sciatto, anzi, gravemente insudiciato dal dialetto. Redattrice2 mi consiglia dunque di leggere di più, soprattutto i classici, e di ripassare la grammatica. Ad illustrazione di ciò, trascrive in calce le espressioni e i termini dialettali dai quali purgare la mia penna, in quanto «del tutto incomprensibili»:

Soffitto a volta
Giocare d’anticipo
Instillare
Calmare le acque
Crogiolarsi
Famigliola
Scaltro
Scampare
Arabeggiante
Sgranare gli occhi
Pianeggiante
Infierire
Inabissarsi
Appianare
Scribacchino
Gettare alle ortiche
Spasso
Oblio
Scempiaggine
Specchio d’acqua
Deretano
Prelazione
Polpettone
Propaggine

Postilla: ovviamente Redattrice2 non è Redattrice1, ma è anch’ella assunta a tempo indeterminato.